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Intervista

« IL GOL NEL DNA: GIANMARIA SACCHI »

Nell’ultima partita di campionato della Regular Season ha raggiunto la quota di 30 gol, oltre 400 totali in partite ufficiali: si, stiamo parlando proprio del nostro bomber Gianmaria Sacchi!
A suon di gol e di prestazione superlative ha preso per mano il Parabiago e lo ha portato “in alta quota” in classifica.
In ogni partita ci ha regalato qualcosa di magico, qualcosa di speciale, di straordinario, di impagabile…
Come è impagabile vederlo esultare dopo un gol: esattamente come i bambini delle scuole calcio…
Ma Gianmaria Sacchi, oltre ad essere il nostro capocannoniere, il nostro bomber, colui che ha segnato in questa stagione due gol in rovesciata, è anche un grande esempio di calciatore.
Abbiamo utilizzato innumerevoli aggettivi per descriverlo: ma chi meglio di Gianmaria Sacchi può raccontare Gianmaria Sacchi?

Ci accoglie gentilmente nel “suo ambiente ideale”, ovvero a bordo campo del “Libero Ferrario”, alla fine dell’allenamento, con “i ferri del mestiere” in mano (le sue “magiche” scarpette nere).
Sentirlo e “vederlo” parlare di calcio, gli si illuminano gli occhi: Gianmaria sulla carta d’identità ha 46 anni, ma quando parla del “giuoco del calcio” ha una età indefinita, nell’anima è ancora quel giovane calciatore che non vede l’ora di entrare in campo e segnare un gol.
In questa nostra chiacchierata, si è anche confermato per l’ennesima volta anche una grande persona con un’alta statura morale, un vero esempio di uomo di sport e di calciatore, un vero spot per il calcio moderno che vede polemiche infinite e poca obiettività.
Passione, divertimento, voglia, entusiasmo, lavoro, allenamento, sono state le parole più usate: parole non a caso tanto per dire, ma parole che vengono dal cuore e dalla testa di un grande uomo, un grande calciatore.

Partiamo dai 30 gol: ti aspettavi di raggiungere questo score quest’anno?
No, sicuramente no, 30 gol sono veramente tanti, anche perché gli anni passano e il fisico si “usura”, pensavo di farne almeno 15 gol, cioè restare sulla cifra dello scorso anno dove ho realizzato 18 gol. Però, è stata una stagione dove mi sono preparato benissimo durante l’estate quindi i risultati si sono visti. Inoltre, quest’anno è una di quelle stagioni, che agli attaccanti capitano, dove appena tocchi il pallone lo butti dentro. E’ stata un’annata agonistica veramente magica!

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L’importanza dell’allenamento? Come si arriva a 46 anni ed essere ancora la “punta di diamante” di una squadra?
L’allenamento è la cosa più importante, però, lo devi “dosare”: non fare tutto ciò che fa il gruppo ma gestirti e prepararti su determinate cose. La prima è sulla forza, che con il passare degli anni, viene a mancare, e magari fare un allenamento in più specifico, però poi non bisogna dimenticare la vita sana, l’alimentazione e non bisogna dimenticare il riposo. Ci sono tante componenti che ti fanno stare bene.

Come è il tuo rapporto con Mister Crippa: ti consideri un allenatore “in campo”?
C’è un grandissimo rapporto: ci conosciamo da qualche anno. Mister Crippa è un allenatore di almeno due categorie superiori, è un allenatore che sa di calcio e quando parlo con lui “parlo la sua stessa lingua”. E’ un allenatore che in questa categoria è un lusso: ha fatto veramente la differenza e da quando è arrivato ci ha dato un gioco e i risultati si vedono e chi ci viene a vedere, ravvisa che il Parabiago è una squadra che gioca. Poi è chiaro che in campo do una mano, con consigli e suggerimenti ai miei compagni, ma parliamo sempre di consigli.

Altri segreti per rimanere “concorrenziali” alla tua età?
La cosa importante è divertirsi: divertirsi, alla mia età, con ragazzi che magari hanno 20 anni meno di me e, quindi, rimanere “giovani con la testa”, rimanere giovani con lo spirito, e poi, la voglia, la passione, però prima di tutto direi divertirsi, con loro, perché magari ti trovi a giocare con ragazzi che potrebbero essere veramente miei figli. Diciamo la voglia, la passione e il divertimento.

Parlami dei tuoi compagni di squadra…
Dall’anno scorso si è formato un bel gruppo che ho trovato poche volte in 30 anni e passa di carriera: un gruppo di persone speciali, serie, di professionisti e di ragazzi d’oro. Oltre agli allenamenti, passiamo ore sul nostro gruppo di WhatsApp, c’è una grossa voglia di stare assieme. Inoltre, con molti di loro è nata una vera e propria amicizia che va al di là del calcio… e tutto questo “aiuta” in campo.

Ti abbiamo visto visibilmente commosso durante la premiazione come “esempio di grande calciatore” di qualche giorno fa: cosa rappresenta per te questo premio?
E’ stata una festa che mi ha dato veramente tanto perché vedi ripagato il tuo lavoro e i tuoi sforzi. Senti che hai fatto qualcosa di buono e che è stato apprezzato. Inoltre, il fatto di vedere che la gente considera la voglia e l’energia che ci metti in campo è una cosa che mi ha fatto tantissimo piacere e da lì ho ripensato a tutti i ricordi negli anni, ho rivisto il film della mia carriera e chiaramente un po’ mi sono emozionato.

Parabiago ultima squadra?
Penso proprio di sì, non penso a 46 anni di volere cambiare gruppo e cambiare spogliatoio.
Devo dire che finire qui la carriera a Parabiago è la cosa più bella che mi poteva capitare, a volte ci sono giocatori che finiscono e smettono anche perché l’ultimo anno si trovano male e perdono la passione, la voglia e l’entusiasmo.
Qui mi si sta allungando la carriera perché è una società “vecchia maniera”, una società di gente seria, con persone molto competenti, dal Presidente Stefano Tunesi al Direttore Sportivo Francesco Di Bello e tutti i componenti dell’organigramma. E’ società che sta facendo grandi cose anche, e soprattutto, nel settore giovanile… e poi avere uno stadio stupendo come il “Libero Ferrario”… e organizzati come siamo noi, è una cosa da categoria superiore.
Certo poi nessuno può dirlo, ma penso proprio che è la mia ultima squadra con cui chiuderò la mia lunga carriera.

Vediamo che durante le partite (amichevoli, allenamento o campionato), la concentrazione è sempre la stessa
E’ sempre la stessa perché nelle amichevoli o in allenamento ti conquisti il posto, il mio segreto è sempre stato di non sentirmi titolare, di sentirmi sempre sotto giudizio, in discussione: è quello che ti fa fare sempre bene!
Nel calcio, il mercoledì bisogna subito pensare alla domenica successiva, perché i gol realizzati sono già dimenticati, non contano più niente.

Il bello del calcio è che la domenica dopo ti dà la possibilità di rifarti, ma può darti anche “gli schiaffi in faccia”, perché magari hai giocato con sufficienza e non hai preso palla, mentre la domenica precedente hai fatto 3 gol…
Diciamo che sentirsi sempre in discussione aiuta tanto.

Il gol più bello della stagione… e quello in questa “breve” carriera…
Il gol più bello della stagione penso che sia stato quello in mezza rovesciata qui al “Libero Ferrario” contro lo Sporting Abbiategrasso (finita 2-0 per il Parabiago NdR), e in carriera uno ad Abbiategrasso sempre in rovesciata appena dentro l’area di rigore.

Ti abbiamo paragonato nelle nostre cronache, durante l’esultanza di un gol, come un bambino della scuola calcio… ti senti tale?
Si, il gol per me è tutto: il gol è una gioia indescrivibile, è una cosa che ti dà una adrenalina incredibile, quando faccio gol, qualunque gol sia, impazzisco di gioia perché per un attaccante fare gol è veramente tutto! Puoi giocare bene, puoi essere una punta che gioca tanto per la squadra, però quando fai gol hai completato la tua opera!

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Sappiamo che hai iniziato a sei anni: cosa pensi quando vedi i piccoli giocatori nei campi limitrofi a quello della Prima Squadra?
Quando sei bambino, fare una partita di allenamento o una amichevole, in uno stadio vero come il nostro, ti sembra di giocare la partita più importante della tua vita. I bambini danno un valore diverso alle partite, quindi per loro, e lo era anche per me, è una grossissima emozione giocare, anche perché c’è il pubblico e vengono anche i genitori a vederti, dunque ti sembra di giocare la finale dei mondiali!
Io spero che tra i bambini della nostra scuola calcio, ci siano bambini che abbiano voglia di fare come me, che amano il calcio e non vedono l’ora di arrivare all’allenamento e che il giorno dell’allenamento sono più contenti del giorno dove non c’è l’allenamento… come succedeva a me. Vorrei che avessero questa grande voglia perché è un divertimento.

Abbiamo letto che ti senti di assomigliare a Pippo Inzaghi: ma chi è stato il tuo idolo da bambino?
Non ho mai tifato nessuna squadra, però guardavo tutti gli attaccanti, guardavo chi faceva gol perché il gol, fin da piccolo, è una cosa che ho nel sangue.
Guardavo gli attaccanti, guardavo come si muovevano, cosa facevano e anche adesso guardo tantissime partite, vado a vedere partite di tutte le categorie e guardo sempre gli attaccanti.
Poi se dovessi fare un paragone con me, è chiaro che Pippo Inzaghi è un attaccante a cui assomiglio molto perché era un giocatore che in area di rigore era letale, era un attaccante che viveva per il gol come lo vivo io: quando lo vedevo esultare per un gol, mi rivedevo in lui.
Prima di Inzaghi ricordo attaccanti come Paolo Rossi e Giuseppe Galderisi. Uomini d’area, a me piace l’uomo d’area. Adesso sono cambiati gli attaccanti: punte più fisiche e molte squadre giocano con il “falso nove”. Molte squadre giocano con attaccanti che “girano” molto più lontani dall’area di rigore e magari vivono meno per il gol.
Il calcio è un po’ cambiato, adesso si gioca in una maniera molto più fisica, meno tecnica di prima.

Ci racconti brevemente la tua carriera calcistica
Ho iniziato all’Iris di Milano a sei anni e sono rimasto lì per 13 anni. Poi sono andato a Baranzate due anni in Prima Categoria, poi a Novate e abbiamo subito vinto e siamo andati in Promozione, ho fatto tre anni in Promozione, poi l’Eccellenza per due anni. Dopodiché sono andato a Turate in Eccellenza, Verbano in Eccellenza, poi sono tornato a Novate in Promozione, poi Magenta, Cairate, Accademia Pavese, Bareggio, Settimo… diciamo che avrò girato dodici-quindici squadre in 27 anni di carriera.

Come mai un giocatore come te non è mai arrivato nei professionisti o semi-professionisti?
Perché non basta fare gol per andare in categorie superiori, bisogna avere delle doti fisiche che io non avevo. Bisogna essere onesti nel calcio, bisogna essere realisti. 400 e passa gol sono anche tanti, sono 15-16 gol a stagione, ma purtroppo non bastano…
Forse potevo ambire a una categoria superiore, la serie D, ma comunque non è sufficiente fare solo gol…  Se sei veramente forte prima o poi qualcuno ti nota, è impossibile passare inosservati… (Con questa dichiarazione, siamo rimasti veramente stupiti, ha dimostrato la grandezza dell’uomo e del calciatore! Anche se, secondo noi, un giocatore come Gianmaria Sacchi poteva mirare anche a categorie professionistiche! NdR).

Una cosa che vuoi dire, ma non ti hanno mai chiesto
Penso che mi abbiano chiesto veramente tutto… (Gianmaria a questa domanda ci mostra un sorriso, come se avesse segnato un gol! NdR).
Il calcio è la mia vita, è una gioia immensa… mi piace sapere che la gente apprezza questa mia grande passione!

Gianmaria Sacchi in privato?
Sposato e ho una stupenda bambina… In casa vivo per il calcio, parlo di calcio, guardo partite… vivo per il calcio!

Ringraziamo Gianmaria per questa chiacchierata e speriamo di vederlo ancora tantissime volte esultare per un gol come solo lui sa fare!

M.A.